GameCube, dieci anni dopo

Quello arancione è bellissimo, ma quello vero rimane viola dentro e fuori

Come si cambia, per non morire: sono scoccati ieri i dieci anni che ci separano dal lancio del GameCube in terra d’origine. Due lustri che Nintendo ha messo a frutto perché la fine di Sega, proprio, non era cosa di suo interesse. Tra il 14 settembre 2001 che testimoniò l’arrivo della quarta console da salotto di Nintendo tra le 47 prefetture del Giappone (santa Wikipedia sempre sia lodata), e la fine estate che vede la macchina di punta dell’etichetta nipponica dover faticare per risalire la china, c’è di mezzo un mare che equivale una ventina di oceani. O a due viaggi spaziotemporali verso un pianeta due galassie più in là, e ritorno.

Chi si fa mordere il sedere facilmente dalla nostalgia e da un certo tasso di revisionismo storico può tranquillamente impacchettare il tutto con un sempreverde della retorica: si stava meglio quando si stava peggio. Il peggio è indiscutibilmente rappresentato dalla stagione fallimentare rappresentata dai cinque anni di vita del GameCube, l’hardware casalingo di minor successo partorito da Nintendo. Almeno volendo dar retta ai freddi numeri, quelli che mettono in prima e salda posizione il presente rappresentato dal Wii, seguito da NES, Super NES e Nintendo 64.

Smettendo i panni della decenza, però, non è che ci voglia poi un granché a farsi sbranare dai morsi di cui sopra, perché, come già accaduto col successore dello SNES, quando Nintendo rimane a ballare da sola, e lo sa, e lo vede, e lo capisce che nessuno ormai le porta un bel tazzone di punch al mandarino e il ballo va avanti e non si batte chiodo… be’, è allora che tendenzialmente tira fuori l’occhio della tigre. E sopravvive nonostante. Nonostante tutto, nonostante gli errori, nonostante la mancanza d’ampio parcheggio e puranco l’aranciata amara, troppo amara.

GameCube ha così dovuto affrontare un’esistenza ufficialmente travagliata, messa all’angolo dallo strapotere PlayStation, rintuzzata dalle urla scomposte di quell’orrore di Xbox, teneramente coccolata come si fa con un fratellino scemo dal Game Boy Advance. Ma è di quell’esistenza da underdog che si sono nutriti i tanti, splendidi titoli che hanno tenuto in piedi la baracca. Che, peraltro, era un gran bel pezzo di baracca: prima di conoscere i dolori del giovane GameCube 2 (Wii), ovvero le volute e ricercate limitazioni tecnologiche che tanto fanno bene al portafogli di Iwata e un pochino fanno bene ai nostri e molto fanno male alla vista, c’era di che leccarsi le baffe di fronte a quanto messo su schermo dal GameCube.

Da solo, nella traversata della vita, lui come il suo GameCube

Piccola, economica, silenziosa e bellissima da vedere, la console foggiata a cubetto se la giocava tranquillamente con Xbox, forte di un’accessibilità che pressoché qualsiasi sviluppatore ha confermato negli anni. E se anche non è servita a contrastare il mastodontico affaire PlayStation 2, almeno è stato sufficiente per andare avanti, gioiellino dopo gioiellino. Anche quando le conversioni delle pigre terze parti si facevano via via più rare e via via più blande e deludenti. Anche quando le esclusive diventavano cosa di tutti o almeno di molti (la questione Capcom, coi suoi “grandi 5“, è tuttora simbolica del momento in cui il mondo ha decretato il mezzo fallimento del GameCube).

Perché tra il 2001 e il 2006 è successo a sufficienza per considerare ben spesi (con largo margine peraltro) i soldi richiesti dalla console. L’elenco di titoli che valeva la pena aspettare con il sacco a pelo la sera prima dell’uscita è più che nutrito e diffusamente conosciuto: da Luigi’s Mansion a Resident Evil 4, da Super Mario Sunshine a Mario Golf Toadstool Tour, da F-Zero GX ad Eternal Darkness, da Ikaruga a Metroid Prime. Passando per almeno altri dieci che, a tutti i costi, andavano vissuti dall’inizio alla fine. Ed è un numero che basta e avanza per dirsi soddisfatti, anche se poi c’è stato, come sempre c’è, quel brutto interregno tra lei e quella bianca che è venuta poi. Quella fase in cui una non è morta solo perché intubata e l’altra ancora deve arrivare, ma sono i cicli che anche le console più fortunate o valide devono affrontare, quindi a posto così.

Super Mario Sunshine, il gioco che spruzzava felicità estiva

GameCube è stata la console Nintendo che più ho vissuto e giocato e conosciuto e discusso, per svariati motivi, anzi uno… che poi è sempre quello: Nintendo la Rivista Ufficiale. Il primo numero arriva in edicola in concomitanza con il lancio europeo della console, il mio ultimo da, uhm, caporedattore è del marzo 2006, quando già tutto è stato fatto e deciso (poi si ritornerà per un anno e mezzo scarso di Wii, ok). Sono state quattro stagioni funestate da svariati momenti di secca aridissima, con veri voli pindarici per riuscire a portare a casa qualcosa con cui riempire i numeri… ma anche festeggiate da esplosioni di classe purissima, alimentate dal sacro fuoco dell’amore Nintendo che, si spera, non è mai tracimato nel fanatismo da forum, solo nell’ammirato rispetto e nella voglia di illustrare con precisione millimetrica le ultime uscite, il loro perché e percome (o almeno questo era lo spirito). Quindi giocarsi tutto, seguire tutto, analizzare le più improbabile pubblicazioni giapponesi, confrontare le edizioni e via di questo passo. Risultato: una scorpacciata di GameCube che non ha dato alcun problema d’indigestione.

Per questo “evviva il GameCube”. E anche per un po’ di giochi che magari sopra sono già stati citati, ma che ri-segnalo perché, questa volta, sono i “miei giochi” del GameCube. Primo, in assoluto, inarrivabile: Animal Crossing. Un happening e un manifesto, prima ancora che il gioco che dimostrerà di sapersi clonare più volte. D’altronde, come dice quel tizio lì pelato, “you can never ever change, without leaving a piece of youth”. Animal Crossing, oggi, è vecchio e ciancicato, chissà come lo ritroveremo su Nintendo 3DS… ma nove anni fa era l’incarnazione di uno slogan vagamente disperato che però ha anche e per davvero voluto dir qualcosa, a un certo punto. Lo slogan è naturalmente quello della “Nintendo Difference”.
Poi: F-Zero GX, che è l’equivalente dei supergruppi nel colorato mondo del rock’n roll. Sega e Nintendo assieme per un gioco che va al di là di ogni più rosea aspettativa, forse una delle ultimissime prove di forza dell’industria giapponese del videogioco, che si allea internamente per far fare agli altri un paio di giri di campo a calci nel sedere.
The Legend of Zelda: the Wind Waker, a oggi probabilmente la massima espressione di un videogioco sotto il profilo estetico. E pure la colonna sonora e le robe da fare dentro non è che fossero da buttare in fondo al mar.
Super Mario Sunshine, perché ci si può lamentare di un gioco così solo arrivando da Super Mario 64. E perché certe estati sono irripetibili e alcune le hanno addirittura ridotte a codice binario in un dischetto da 8cm di diametro. Anzi, una.
Resident Evil 4, il punto di arrivo dell’ignoranza, un ballerino da una tonnellata sull’orlo del baratro della cialtroneria. Non cade mai, ma si diletta a cannoneggiare monaci e a pompare cartucce nella doppietta.

L'ultimo, grande, nuovo gioco di Miyamoto: Pikmin (questo è il secondo)

killer7, la prova provata che si può dire qualcosa se si ha dentro qualcosa di più che robottoni, musica metal e fantasy all’occidentale. Anche se non ho capito cosa e anche se non ricordo più cosa si facesse pad-alla-mano.
Metal Gear Solid: the Twin Snakes, perché a qualcuno dovrà pur essere piaciuto.
Pikmin 2, che il tre è ancora il singolo motivo per cui ripongo infinita speranza nella medicina che mi preservi per bene Miyamoto.
Metroid Prime, un romanzo a base di braccio cannone, coi picnic su Fendrana, Phendrana, Phoendrana o come diavolo si chiamasse…
Altri enne che ora non ricordo più perché non voglio andare a documentarmi, è un post di solo sentimento e zero preparazione. Un po’ come il GameCube.


Preziose scatoline

Va bene la console viola e pure quella arancione, va bene il nome e la forma, va bene anche i giochi, ma le confezioni giapponesi… che lusso infinito. Nato dallo stesso meeting creativo che ha portato alla “nascita” di quelle del Game Boy Advance, evidentemente, anche le scatolotte del GameCube sono state strepitose. Quelle giapponesi, certo. Dalla loro avevano la resistenza data dalla possente plastica e la grazie antica del rivestimento esterno in cartoncino. Avevano, soprattutto, una quantità industriale di colori e morbidissime illustrazioni. Vince su tutte, probabilmente, quella di Wario Ware. Tanto per cambiare. Ma anche i colori cangianti di Wind Waker…


Prima del telecomando

Avete mai visto un controller Nintendo che sia men che ottimo? Allora siete soli e meritate di rimanerci. Come? Certo e garantito che la minuscola e infima croce digitale di quello per GameCube fosse troppo modesta per essere realmente utilizzata, ma dopotutto chissenefrega. Vogliamo piuttosto parlare della scocca tonda e prorompente come le curve della Scarlett? Dei due ottimi stick analogici? Dei bei tastoni coloroni? Prima di rifare tutto di nuovo da capo con il telecomando Wii, Nintendo raggiunge il punto d’incontro tra tradizione (Super Nintendo) e innovazione (Nintendo 64) proprio con il bicornuto violaceo del GC. Amen.


Ultra addendum del Magiustra

GameCube: magic in a box
Viola, nero, argento. Ma, soprattutto, arancione. Il GameCube io l’ho sempre visto arancione, anche quando era di un altro colore. Tipica macchinetta Nintendo, sotto tanti punti di vista. E macchinetta altamente sfigata, almeno a livello commerciale. Ai tempi me ne fregava poco delle vendite, degli azionisti, delle quote di mercato. Se possibile, pure meno di adesso. Però un po’ mi piaceva l’idea di avere come console di riferimento una roba per pochi. Vai a sapere se snob si nasce o si diventa. Quello che è certo è che il GameCube, se non stavi attento, quelli di Nintendo te lo lanciavano in testa.

A un certo punto, costava 99 euro. Di fatto era regalato. Ma la gente non lo voleva lo stesso. Stava addirittura attenta a non farselo tirare dietro da Iwata e compagni. Iwata, già, che proprio ai tempi del Cubo iniziò a dettare legge dalle parti di Kyoto. Non sorprende affatto, quindi, guardarsi indietro e riconoscere nel GameCube sì tanto del Nintendo 64, ma anche un bel po’ di quel Wii che sarebbe arrivato parecchi anni più tardi. Il controller con il tastone verde A più grosso degli altri, che in linea del tutto teorica avrebbe dovuto aiutare i meno esperti: se non sapete cosa fare, premete il pulsante A. Lo stesso pulsante che, un bel po’ meno verde, domina il telecomando Wii. Per l’appunto.

E poi, proprio come il Wii, il GameCube era una console incentrata, e tanto, sul multiplayer da divano. Quattro porte per i pad. Insalatone di minigiochi festaioli (i Mario Party) un anno sì e quello dopo anche (sull’hockey di Mario Party 5 ci abbiamo passato le notti, io e i miei compari). Una passione smodata per la plastica e per le periferiche, dai gloriosi bonghi di Donkey Kong: Jungle Beat (una roba semplicemente fuori parametro: dovrebbero insegnarla a scuola) al poverissimo microfono di Odama (che si ricordano in tre ma che, ancora, è cosa da tramandare ai posteri). Magari passando per il tappetino (poco) elastico di Dance Dance Revolution: Mario Mix. O per il gomitolo di cavi e cavetti che ti serviva per collegare il Game Boy Advance, che come il DS di tanto in tanto funzionava in tandem con la sua sorella più grande. Usando il Game Boy Advance potevi andartene in ferie su un’isola che non c’era nel mare magnum di Animal Crossing. Oppure fare robe strane in The Legend of Zelda: The Wind Waker. O, ancora, gestire l’inventario giocando a Final Fantasy: Crystal Chronicles o buttarti nei dungeon di Four Swords Adventures.

Stai a vedere che nel GameCube non c’era solo qualcosa del Wii, ma pure qualcosa del DS e addirittura del Wii U. Più ci pensi e più la vedi, la sottile linea bianca che collega il cubattolo con quello che Nintendo butta fuori dalle sue fabbriche di giochini oggi come oggi. E pure con quello che butterà fuori nei prossimi anni, a dirla tutta. Se poi pensate che su Wii, almeno fino a quando non verrà messo in vendita il nuovo modello, potete ancora giocare a tutti i giochi del GameCube, infilarci dentro le memory card e inserire nelle porte dei pad non solo i controller, ma anche tutte le periferiche citate un attimo fa, viene facile ritrovarsi a far andare il testone in su e in giù. A ritrovarsi della stessa opinione, insomma.

Ai tempi la parola “casual” la usavi, se ti andava bene, per definire l’abbigliamento di un tizio che incrociavi per strada. O sulle pagine di una rivista di moda per signorine. Quindi quando volevi fare una pernacchia in direzione di Kyoto, ti toccava scegliere un altro termine. Kiddie, magari. Già, perché Nintendo all’epoca era vista soprattutto come una roba per cuccioli d’uomo. I grandi giocavano ad altro. E a me che i grandi nemmeno sono mai piaciuti (lo cantava pure Tom Waits, un concetto del genere), andava benone restare a fare il girotondo con i bimbi.

E allora via di serate di giocazzeggio ualoniano passate su Super Mario Sunshine, con il suo hub free roaming ante litteram. E via di gomitate e cavi diabolicamente scollegati (in tempi più civilizzati si poteva fare anche questo: altro che gusci blu) mentre si giocava a Mario Kart: Double Dash!!. Che non era certo il migliore dei Mario Kart, ma la pista ovale nella sua essenziale semplicità era una meraviglia. Fatta di niente, il buon vecchio Zzavettoni nella sua rece su NRU la elesse a simbolo di Nintendo tutta. Secondo me, c’aveva ragione. E poi il multiplayer a base di palle & banane dei Monkey Ball, altra roba che ai tempi o la capivi o non la capivi. E se la capivi, probabilmente eri dalla parte dei buoni. Anche perché era un gioco Sega al 100%. E vedere i giochi Sega su una console Nintendo ai tempi faceva veramente impressione. Cioè, anche adesso Jungle Safari su Wii è capace di impressionarti. Ma in un altro senso.

E se mi toccasse puntare il dito verso altri giochi che si portano dietro altri ricordi, allora dovrei andare a rovistare in soffitta per cercare Beach Spikers e quel diavolo di Mario Golf: Toadstool Tour. Altro gioco, questo, che qui alla periferia dell’impero ha funzionato alla grande. E poi i Pikmin, con la loro processione all’insegna delle sostanze psicotrope. F-Zero e la sua cattiveria inaudita. Paper Mario e il Portale Millenario, un GdR di carta e cartoncino imbevuto nell’acqua di rose. E Smash Bros. Melee, che non ci sapevo giocare all’epoca e continuo a non saperci giocare ancora oggi.

E poi l’insalatona delle terze parti: nel ciotolone oltre alle erbette di Sega c’erano dentro le bacche di Capcom (Viewtiful Joe, Resident Evil 4 e P.N. 03 che l’avevamo comprato in tre e capito in due. Uno era Mikami). C’era un gran bel Burnout o forse due. C’era un TimeSplitters che, hai voglia, gli FPS su console erano una rarità. C’era un Soul Calibur con Link come ospite e c’era un Prince of Persia pieno di pupi siciliani. E che vendette un niente, perché era troppo elegante. Anche per quelli di Ubisoft, che infatti per il secondo evocarono lo spirito del nu-metal.
E, insomma, c’era un sacco di roba. Ma il GameCube se lo filarono in pochi comunque. Come detto, poco male. Anche perché per me, come per lo Zzavettoni, era un po’ un centro di gravità permanente anche per questioni lavorative. Ho infilato la testa nella red/azione di NRU che il GameCube era già in giro da un anno, ma il viaggio me lo sono goduto comunque alla grande. Un viaggio fatto e finito, dopo dieci anni dieci? Anche no, perché come detto pure nel Wii U ci troveremo un po’ del GameCube. Vai a sapere in che forma. E vai a sapere come. Il perché, comunque, almeno quello dovrebbe essere chiaro. Nintendo è Nintendo.

1 commento
  1. Sergio ha detto:

    Io di solito non riesco a leggere bloggate così lunghe, ma per il tenero cubetto viola (non riuscii manco a prendere il pad di arancione) questo ed altro.
    Si parla di console più sfortunata Nintendo, quella di meno successo. Sì e no. Sarà anche vero che con il Gamecube Nintendo ha ricavato la più piccola fetta di mercato videoludico mai avuta nella sua gloriosa storia, ma era una fetta davvero gustosa. Tutt’altra cosa del tanto “nulla” che pervade il Wii. Anche per me fu la console più vissuta, voluta con largo anticipo dall’uscita, con quei 214 euro che erano pronti da mo’. Ricordo quanto tempo passavo a rosicare su IGN vedendo screenshots e video di quei giochi di lancio che gli americani si stavano già godendo. Per non parlare dei dannati jappo. Il cubetto non avrà avuto quel vastissimo supporto delle terze parti (come avete già detto, quel poco che c’era era pure in calo progressivo), però ricordo con piacere che ogni fottutissimo mese riuscivo a portarmi a casa il titolone. Assicurato con cadenza mensile. Smash Bros, Pikmin, Eternal Darkness, Mario Sunshine, e così via. Il Wii invece ha maltrattato i cosiddetti hardcore gamers (e rispettive appendici sferiche) con mesi di siccità. Quindi a me adesso frega relativamente poco che Nintendo faccia più soldi e vendite col Wii, quando c’era il cubo a me diede molto, ma molto di più la grande N. Tuttora porto sempre in vacanza i 4 joypad del cubo con memory card, perché certi giochi, se hai la compagnia giusta, restano I GIOCHI da fare. Io per esempio ho avuto la fortuna di godere (come voi redattori certamente) di una nutrita compagnia di amici con cui giocare, e per questo motivo associo i migliori ricordi di Gamecube alle esperienze multiplayer.
    Ad esempio sono rimasto davvero shockato quando ho letto Magiustra che parla di notti trascorse con l’Hockey di Mario Party 5! Ma allora esiste qualcun altro che stravede per quel minigame! Quel giochetto che con così pochi tasti poteva far bestemmiare chiunque… ci ho passato le notti pure io!
    Quindi sfido ufficialmente il Magiustra; si trovi un amico con cui fare tag team ed io mi troverò il mio :P
    Concludo con la mia personale top 10 del Gamecube:
    1) Timesplitters 2 (sembra un insulto mettere al primo posto una non esclusiva, ma con gli amici era uno spasso)
    2) Eternal Darkness (intrippante)
    3) Metroid Prime 1 e 2 (technical excellence ed avventurosa solitudine)
    4) Resident Evil 4 (goduria per occhi ed animo)
    5) Smash Bros Melee (per salvarti salto, doppio salto e su+B)
    6) Zelda: Wind Waker (magnifico, ma facile & corto)
    7) Super Mario Sunshine (semplicemente perfetto ed ambientazioni splendide)
    8) Pikmin 1 e 2 (Forest of Hope theme ancora sulla playlist)
    9) Paper Mario: Thousand Year Door (tanta robba, e davvero spassoso)
    10) F.Zero GX (epilessia)

    Meritano comunque menzione: il pad del cubo, Monkey Ball, Prince of Persia, Star Wars Rogue Leader con una grafica da paiurah al lancio, Starfox Adventures e l’adulterio della Rare, le botte ignoranti di Soul Calibur II, i Babalot.
    ;)

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