GameStop e il fatto di giocare sui tablet

Cloud: sarà il futuro del gaming?

GameStop è diventato negli ultimi anni IL colosso internazionale della vendita al dettaglio di videogiochi. Tra i lettori di One|Game|Shot (che un po’ di assonanza con GameStop pure ce l’ha, a ben vedere, tipo che One|Game|Stop pure ci poteva stare – a parte proprio il fatto che esiste già GameStop), sicuramente saranno diffusi mille altri metodi di approvvigionamento videoludico, tra il Digital Delivery (per chi gioca soprattutto su PC), l’acquisto con consegna a domicilio da economici negozi europei e lo scroccaggio dagli amici. Ma è innegabile che chiunque, almeno una volta nella vita, sia andato a prendere qualcosa da GameStop, magari in offerta, magari perché quel giorno gli andavano bene esattamente quella copia di Killzone 3 che proprio non mi è piaciuto e quel gioco per Kinect che non so come mai avevo a casa.
Se poi allarghiamo il campo anche a chi non legge OGS (passando quindi in un colpo solo da 12 persone a qualche centinaio di milioni di videogiocatori), la diffusione di GameStop, come luogo d’abitudine per l’acquisto, diventa stratosferica.

È facile immaginare, quindi, come il caro Tony Bartel, presidente appunto di GameStop, sia tra le persone più interessate a tutti i nuovi/futuri sistemi di distribuzione e fruizione dei videogiochi, come il digital delivery, lo streaming e la roba cloud. No, perché se non ci si pensa per tempo, a certe cose, poi si fa la fine delle case editrici italiane, per dire.

E invece Bartel ci ha pensato per tempo. Forse, eh. Perché poi è tutto da vedere. Comunque, è già da diversi mesi che, in seguito all’acquisto di Impulse, GameStop distribuisce i giochi per PC anche tramite digital delivery, facendo in pratica da concorrente a Steam, Direct2Drive e altri distributori digitali.

Ma il digital delivery chiaramente non basta. La tecnologia va avanti, sempre, e aziende come OnLive e Gaikai stanno già da un po’ di tempo sperimentando quello che potrebbe essere uno step successivo (o quantomeno parallelo) al digital delivery: il cloud gaming. Ovvero, la possibilità di giocare tramite semplice streaming dei contenuti, senza possedere fisicamente né il gioco né tantomeno la console (o comunque l’hardware) su cui farlo girare. All’utente basta avere il minimo indispensabile: uno strumento in grado di ricevere lo streaming dei dati (un computer ovviamente va benissimo, ma ultimamente ci si sta accanendo molto con i tablet – Dave Perry che gioca a World of Warcraft su iPad è una delle robe più folli viste in questi ultimi mesi non ricordo più dove, forse a uno degli ultimi E3 – e magari in futuro basteranno uno smartphone e il televisore, se non il solo televisore), uno schermo e magari un controller.

Tony Bartel

GameStop, che oltre ad aver acquistato Impulse ha preso in bundle pure Spawn Labs (che guarda caso si occupa proprio di tecnologie di streaming), vuole fare esattamente questo. Permettere ai videogiocatori di godere di una vasta gamma di titoli (che loro avrebbero comunque nei loro magazzini sotto forma di prodotti da vendere fisicamente ai clienti tradizionali) senza possederli su supporto fisico e senza necessariamente avere neanche una console per farli girare.

Negli ultimi giorni, in particolare, Tony Bartel si sta concentrando sui tablet, come strumento da mettere in mano all’utente finale per lo streaming. Piuttosto che produrne uno da zero, GameStop ne brandizzerà un modello su cui girerà Android e, chiaramente, il software necessario a streamare i giochi messi a disposizione dal retailer statunitense.

L’idea più interessante è che Bartel sta anche pensando a un controller da abbinare alla vendita di questo tablet Android brandizzato GameStop. Un controller chiaramente wireless che eviterà l’impaccio di giocare a Modern Warfare con degli improbabili controlli virtuali sullo schermo del tablet stesso. Il tablet GameStop, con il software per lo streaming, andrebbe a costituire una vera e propria nuova piattaforma per i videogiocatori. Da qui alla realizzazione di tutto ciò, comunque, ci passa non solo un po’ di tempo, ma sicuramente anche decine di firme con i vari produttori di videogiochi. A livello di licenze, permessi e compagnia cantante, infatti, tutto il cloud gaming (almeno quello basato su giochi destinati originariamente al mercato classico e reindirizzati da terzi allo streaming) è al momento un gran bel punto interrogativo, anche se Bartel sembra fiducioso sulle questioni burocratiche.

È lo stesso Bartel, comunque, a ritenere questo sistema (cioè tutto il fatto, stavolta pratico, di giocare in streaming sul tablet con un controllerino dedicato) ancora poco immersivo. In ogni caso, GameStop ci sta puntando, non foss’altro che per valorizzare i soldi spesi nell’acquisizione di Spawn Labs.

Chiaramente il tablet sarebbe uno dei tanti strumenti plausibili, eh. In uno scenario ideale (e quindi al netto di problemi italiani di banda larga, tanto per cominciare), i vantaggi del cloud gaming sarebbero non pochi. Al di là della comodità di non dover accumulare scatole (che – per carità – poi c’è tanti a cui piace) e di non dover alzarsi dal divano per cambiare disco, vantaggi condivisi con il digital delivery, c’è da considerare la possibilità di poter giocare su diversi dispositivi allo stesso identico gioco, continuando, per esempio, sul tablet una partita che si stava giocando in modalità TV-divano, riprendendola esattamente da dove si era rimasti. Perché tanto la partita (con tutto il gioco e con l’hardware necessario a farlo girare) è tutta nei locali di GameStop (o di OnLive, o di Gaikai eccetera).

A me l’idea piace tantissimo, ma in questo momento non mi dispiacerebbe un fast forward di cinque anni in avanti per vedere un po’ come si risolveranno i vari problemi tecnici e burocratici legati alla cosa. O quantomeno per non dovermeli sciroppare da utente, una volta tanto.

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